La Città Giardino e il mito della sicurezza

L’attenzione al modo in cui nello spazio pubblico s’incontrano le diverse componenti della cittadinanza dovrebbe rientrare nelle competenze di chi si occupa di pianificare la città, ma tutto ciò non ha nulla a che vedere con il controllo dell’ordine pubblico svolto dalla polizia. Al contrario è da una elevata fruibilità dello spazio pubblico che nasce il senso di sicurezza di una comunità. E’ quanto affermava, più di mezzo secolo fa, Jane Jacobs che urbanista non era ma che conosceva molto bene i danni prodotti dalla pianificazione urbana disattenta alla società. La strada e lo spazio pubblico in genere sono il teatro della convivenza civile, il luogo dove le persone s’incontrano e mischiano le loro diversità, eliminando le quali si favorisce l’insorgere di insicurezza e conflitti.

Come tutti sanno per esperienza diretta, l’intensità  e la varietà di questi incontri è una garanzia per la sicurezza degli individui: è normale sentirsi in pericolo camminando in una strada deserta, mentre al contrario più le strade sono affollate più ci sentiamo sicuri e ciò accade perché le persone sono in grado di restituire la sensazione di controllo da loro stesse esercitata. Avere molti occhi sulla strada è quindi uno straordinario antidoto contro il crimine ed è un potente collante del senso di comunità.

DSC01520

Foto: M. Barzi

Se tutto ciò è vero dovremmo allora chiederci perché spesso gli abitanti di Varese, non certo in alto alle classifiche dei reati commessi in ambito urbano, restituiscono una percezione d’insicurezza nella loro esperienza della città. Quanto c’è di reale o di percepito? Quanto di mitologico o di oggettivo? Da dove nasce questa presunta emergenza, spesso associata al tema della qualità degli spazi e della valutazione che di volta in volta viene fatta del loro decoro o del loro degrado?

Per tentare di darsi una risposta, conviene partire dal boom economico, dalla grande trasformazione sociale e demografica mal sopportata da coloro che volevano preservare una presunta varesinità dalle turbolenze dell’immigrazione, quella volta formata da chi cercava lavoro in una città industriale del nord. Allora i suoi amministratori, puntando tutto sul marchio Città Giardino per attirare chi scappava dalla vicina metropoli sovraffollata, inquinata e violenta, fecero del modello residenziale a bassa densità l’alternativa alle concentrazioni volumetriche e demografiche dei grandi agglomerati urbani. Bastava aggiungere una buona dotazione di servizi facilmente accessibili in pochi minuti di tragitto in auto per limitare la commistione con chi veniva da fuori, questi ultimi prima relegati nei nuclei storici degli ex comuni e delle castellanze (nel frattempo abbandonati dagli autoctoni che si erano costruiti la casetta con giardino) e poi nei quartieri popolari.

Su questo terreno culturale, dove ciò che è locale è oggetto di culto ed i valori da difendere sono quelli della nostra gente, si è innestato il mito della sicurezza basato sul sospetto del diverso che ha gonfiato il consenso per la Lega Nord, non a caso nata a Varese.  Nessuna meraviglia quindi se nei settori della città ad alta presenza di stranieri (complessivamente un ottavo della popolazione cittadina) le panchine vengono tolte o sostituite con sedute individuali ben distanti le une dalle altre, e tutto ciò a seguito della cosiddetta ordinanza anti-bivacco. Allo stesso modo non c’è da stupirsi se con il progetto di unificazione delle stazioni ferroviarie piazzale Kennedy finisca per essere il sedime di un edificio multifunzionale con posteggio interrato che cancella l’attuale ubicazione del mercato, sul quale si moltiplicano le dichiarazioni contro l’eccessiva e snaturante presenza di ambulanti stranieri.

piazza della repubblica

Foto: M. Barzi

A proposito di snaturamenti, sullo spostamento dello storico mercato cittadino alla fine degli anni ’80 dalla piazza che l’aveva ospitato per secoli a piazzale Kennedy nulla hanno mai avuto da dire gli attuali difensori della storia locale.  Si è lasciato senza battere ciglio che piazza della Repubblica diventasse semplicemente la copertura del sottostante posteggio e l’ingresso del centro commerciale. Che i gradoni ai lati dell’imboccatura del posteggio siano nel tempo diventati in punto d’incontro per gruppi di stranieri dovrebbe essere, più che un segno di intollerabile degrado,  semmai visto come l’effetto collaterale della pessima qualità architettonica del luogo.

La realtà è che per chi ha lungamente amministrato Varese la presenza degli stranieri è un problema, un elemento di disturbo. Il partito che esprime da oltre venti anni il sindaco ha imposto al governo della regione modifiche alla legge urbanistica per contrastare i luoghi di culto delle altre religioni, gli esercizi commerciali gestiti da stranieri e ha inasprito le condizioni di accesso all’edilizia residenziale pubblica per chi non è italiano. In questa logica i richiami alla qualità dell’ambiente costruito hanno come risvolto la chiusura a qualsiasi trasformazione che snaturi i luoghi emblematici della città: il suo centro curato, come se fosse il salotto di casa, l’area pedonale per lo shopping di lusso ed i quartieri residenziali immersi nel verde.

DSC01534

Foto: M. Barzi

Si arriva quindi al paradosso di una città, già poco dotata di verde pubblico, che decide di sbarazzarsi di un’area verde solo perché è ad alta frequentazione multietnica. Nel campetto che si trova nel mezzo del quartiere popolare diviso in due dal viale Valganna giocano a calcio molti ragazzi stranieri, a volte mischiati agli italiani, in squadre improvvisate o in tornei auto-organizzati. Sulle altalene un po’ arrugginite si divertono bambini in maggioranza non italiani. Per una strana omissione il piano regolatore non ne aveva riconosciuto la natura di parco pubblico ed ha invece previsto che l’area di proprietà comunale fosse edificabile. Viste le difficoltà finanziarie del comune, nel 2010 l’amministrazione ne decise l’inserimento nel piano delle alienazioni comunali proprio in virtù del suo poter essere edificata. Secondo l’opinione dei molti residenti che hanno bloccato la vendita grazie ad una raccolta di firme, è probabile che alla base di questa decisione vi fosse in primo luogo la volontà di disfarsi della manutenzione di un luogo prevalentemente frequentato da stranieri, naturali portatori di degrado con i loro comportamenti diversi e non omologabili.

Se si fa dello spazio pubblico un luogo esclusivo, dove la selezione per essere ammessi avviene sulla base di quanto si può consumare, ci saranno per forza ambiti della città in cui si concentreranno coloro che sono esclusi, perché ad esempio non possono permettersi il decoroso sedersi nel dehors di un bar. Consumare una bibita seduti sui manufatti di uno spazio pubblico mal concepito diventa quindi un comportamento pericoloso che,  pur avvenendo sotto gli occhi di tutti, riesce a produrre quella percezione di insicurezza dovuta al prevalere della diversità altrui.

In questi giorni si celebra il centenario della nascita di Jane Jacobs, il cui pensiero ha profondamente influenzato l’analisi urbana contemporanea. L’autrice di Vita e morte delle grandi città ha più volte sottolineato che aumentare le occasioni d’incontro per i cittadini – indipendentemente dalla loro condizione anagrafica, di genere, socioeconomica ed etnica – può solo aumentare la sicurezza: maggiori sono gli occhi sulla strada maggiore è la possibilità che i comportamenti criminosi siano osservati. Chi pensa all’inclusione come ad un rischio alimenta il senso di insicurezza a favore del proprio consenso. E’ una tentazione che a volte affascina anche chi non ha la stessa matrice ideologica degli strateghi della paura che governano Varese da molti lustri; sarebbe bene che chi si candida ora a governarla eviti di restarne sedotto.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>