L’urbanistica come medicina

Le malattie urbane, vecchie e nuove, continuano ad interrogare il sapere tecnico e scientifico. Se, come sottolineava Lewis Mumford nel lontano 1961, ieri la città era un mondo e oggi il mondo è diventato una città, l’urbanizzazione planetaria, con il suo impatto ambientale, può diventare la principale minaccia per la salute umana. Il cambiamento climatico, provocato dall’enorme consumo energetico degli ambienti urbani, si tramuta in onde di calore e in condizioni metereologiche che possono contribuire alla diffusione di nuove epidemie.

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Così come tra le baraccopoli delle Megacity asiatiche ed africane il progredire dei contagi dall’ambiente rurale verso gli enormi agglomerati urbani rimanda alle descrizioni delle antiche pestilenze – come quella celeberrima che colpì di Atene nel 430 a.C. raccontata da Tucidide e Lucrezio  – anche nelle città del cosiddetto mondo sviluppato numerose indagini mediche stanno mettendo in luce la relazione tra la forma urbis e la salute degli abitanti. Se negli slum terzomondiali che Mike Davis  definisce «paesaggi saturi di benzina in attesa di una scintilla vagante», virus come quello dell’influenza aviaria o di Ebola  sono perenni minacce di pandemia, nelle città delle economie in crescita il connubio tra ambiente urbano ed emergenza sanitaria è diventato inestricabile. L’incubo delle città che diventano trappole mortali non può essere confinato solo in quella parte di mondo che ha da poco conosciuto gli effetti dello sviluppo. L’elevato numero di decessi tra gli anziani dei quartieri poveri delle città europee durante il periodico ripetersi delle ondate di calore rimette la questione della forma urbis al centro delle politiche di salute pubblica.

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L’auto sembra essere diventata la nuova peste che affligge le città e il suo contributo al cambiamento climatico genera effetti che non si limitano, ad esempio, all’inquinamento dell’aria che è responsabile, insieme agli scarichi industriali, di una riduzione di circa quindici anni delle aspettative di vita degli abitanti di Pechino. Precipitazioni eccezionali, dovute all’innalzamento delle temperature, provocano frequenti allagamenti nelle metropoli tropicali, esponendo la popolazione al maggior rischio di malattie come la malaria o il dengue. La città indiana di Surat sta affrontando gli effetti della rapida urbanizzazione sul rischio di insorgenza di questo tipo di epidemie attraverso una serie di azioni finalizzate ad aumentare la resilienza dell’organismo urbano. Il rapporto tra malattie e città muta, così come potrebbero mutare i ceppi virali in grado di scatenare la prossima pandemia.

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A Toronto un gruppo di ricercatori ha mappato l’accessibilità pedonale delle varie zone censuarie e messo in evidenza la relazione tra l’ambiente  urbano dipendente dalla mobilità automobilistica e l’insorgenza di determinate patologie come l’obesità o il diabete. La densità di popolazione e di residenze, la possibilità di raggiungere a piedi a distanze accessibili negozi e servizi,  la connettività della rete stradale, sono alcuni degli elementi della relazione tra la forma urbana e la salute degli abitanti: più pedonalità significa più salute. Un crescente numero di indagini ha inoltre messo in evidenza quanto la segregazione in quartieri residenziali monofunzionali, che dipendono dagli spostamenti motorizzati per l’accesso a tutte le altre funzioni, possa da una parte produrre concentrazioni di persone economicamente e socialmente svantaggiate e dall’altra favorire lo sviluppo di patologie come l’obesità, correlata sia a questa condizione sia ad un ambiente urbano che non favorisce l’attività fisica.  Il sovrappeso e le patologie correlate nei ghetti urbani delle grandi città nord americane sono anche effetto dei deserti alimentari, dove l’approvvigionamento di cibo è possibile solo attraverso  i fast food e le grocery scarsamente rifornite di alimenti freschi. Anche nutrirsi dipende dal funzionamento della città.

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Se le ricerche in campo medico stanno riscoprendo la relazione tra il luogo in cui risiedono le persone e il loro benessere fisico ciò significa che un intervento di progettazione urbana come la pedonalizzazione di alcuni settori della città può essere visto come un provvedimento di salute pubblica. Alcuni studi in campo psicologico stanno inoltre rivelando quanto la possibilità di contatto umano, offerta dalle aree pedonali e dagli spazi verdi, abbia un benefico effetto sulla condizione mentale delle persone. Sentirsi connessi con il mondo e avere la possibilità di incontrare fisicamente i propri simili migliora il benessere psicofisico e previene l’insorgenza di disturbi mentali. Sembra un paradosso, ma dopo decenni di allontanamento delle persone le une dalle altre, spinte a desiderare l’abitazione unifamiliare suburbana come condizione che mette al riparo dal contatto umano e dai pericoli correlati, l’evidenza che la città densa e compatta sia l’ambiente migliore per la salute si fa strada a partire da indagini mediche.

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A distanza di oltre un secolo dalle istanze che hanno costituito la base di quell’incrocio di disciplinare attuato inizialmente da medici e ingegneri, la salute pubblica continua ad essere una competenza dei piani per regolare la crescita e le trasformazioni urbane. Il formarsi della consapevolezza del rischio sanitario come parte della vita nelle città,  da quando esse avevano dei confini precisi – un dentro e un fuori segnato dalle mura – fino alla loro dispersione sul territorio, alla mutazione morfologica e funzionale dell’urban sprawl, non ha quindi smesso di essere uno degli aspetti con il quale è tenuta a misurarsi l’urbanistica.

Questo testo è un estratto della sintesi di un ciclo di lezioni tenute nell’ambito del Dottorato in Medicina clinica e sperimentale e Medical Humanities dell’Università dell’Insubria.

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