Perchè non si può essere contro l’urbanistica

Il discredito che di questi tempi si abbatte sulla politica può riversarsi sull’urbanistica? Se si assume che quell’insieme di tecniche che, provenendo da un ambito disciplinare piuttosto vago, regolano l’uso del suolo e decidono le trasformazioni della città contemporanea sia, per forza di cose, molto prossimo all’esercizio del potere, alla domanda  non è difficile rispondere con un sì. Sembra quindi un esercizio comprensibile scrivere, come ha fatto Franco La Cecla, un libro che s’intitola Contro l’urbanistica, (Einaudi, 2015, pp. 147, € 13,00) e d’altra parte non mancano le ragioni per rimanere contrariati di fonte al modo in cui molte città stanno cambiando per effetto di scelte politiche variamente orientate da interessi economici ma poco attente alla vita dei cittadini.

Però, ancora prima di rispondere alla domanda sul senso del libro, ciò che emerge dalla sua lettura riguarda  l’impossibilità di capire a cosa La Cecla si riferisca quando evoca genericamente l’urbanistica come la disciplina che ha dimostrato di non essere in grado di capire il fenomeno urbano e di favorire lo spontaneo formarsi dell’urbanità. Con il progredire nella lettura del libro il bisogno di  chiedersi se l’autore abbia chiara l’origine dell’oggetto della sua disamina diventa via via crescente. Si è tentati di dare per scontato che, vista l’enorme bibliografia esistente a questo riguardo, che l’autore un’idea se la sia fatta. Se non che questa presunzione viene messo in dubbio quando, a pagina 36, si legge che: «L’urbanistica vera a propria nasce quando Patrick Geddes si ispirerà a Kropotkin per elaborare gli strumenti di studio della città e le pratiche possibili di intervento.». Eppure, per collocare correttamente almeno uno dei filoni da cui scaturì l’urbanistica come scienza che studia i fenomeni urbani in tutti i loro aspetti, secondo la definizione di Giovanni Astengo, sarebbe bastato che La Cecla si fosse ricordato di Jules Verne e di quel suo romanzo Les cinq cents millions de la Begum:

Signori, tra le cause di malattia, di miseria e di morte che ci circondano, ve n’è una alla quale credo sia ragionevole attribuire una grande importanza: si tratta delle deplorevoli condizioni igieniche nelle quali vive la maggior parte dell’umanità. Le persone s’accalcano nelle città, in case spesso prive di aria e di luce, elementi indispensabili alla vita. Quelle agglomerazioni umane si trasformano talvolta in autentici focolai d’infezione. Coloro che non muoiono sono comunque minati nella salute; la loro forza produttiva diminuisce e la società perde così grandi quantità di lavoro che potrebbero essere utilizzate per gli scopi più nobili. Perché, signori, non provare il più potente de i mezzi di persuasione…l’esempio? Perché non riunire tutte le nostre capacità d’invenzione per disegnare la mappa di una città ideale basata su dati assolutamente scientifici (…) la città della salute e del benessere, inviteremo tutti i popoli a visitarla, ne divulgheremo la mappa e la descrizione in tutte le lingue, chiameremo ad abitarla le famiglie oneste che povertà e mancanza di lavoro cacciano dai loro paesi sovraffollati.

Il dottor Sarrasin, il medico filantropo del racconto di Verne, rivolgendosi ai partecipanti di un Congresso d’Igiene, esprimeva l’urgenza di una radicale riforma delle condizione di vita nelle città degli ultimi decenni del XIX secolo. Benjamin Ward Richardson, un medico fisiologo amico personale e collega del celebre John Snow, nell’ottobre 1875, quattro anni prima rispetto al romanzo di Verne,  aveva presentato al Comitato Salute del Congresso di Scienze Sociali di Brighton il suo progetto di Città della Salute denominato Hygeia, con l’obiettivo di delineare i principi attraverso i quali realizzare una città dove la mortalità degli abitanti fosse ridotta al minimo e dove gli  standard di salute pubblica potessero garantire una elevata longevità individuale. La popolazione della città ideale, dalla quale Verne trasse ispirazione per la sua France-Ville, è di circa 100.000 persone, che abitano in 20.000 case, costruite su di una superficie di 1.600 ettari, cosa che garantisce una densità di 62,5 abitanti per ettaro. La maglia viaria ortogonale era costituita da strade alberate, che disegnano lotti destinati ad ospitare case con giardini posti sul retro, ma anche lavanderie pubbliche, bagni un ospedale ed una biblioteca. Il lavaggio quotidiano delle strade avrebbe evitato l’accumulo di fango e polvere e l’assenza di alcolici avrebbero contribuito a migliorare le generali condizioni di salute della popolazione . Si trattava di un vero e proprio tentativo di stabilire lo sviluppo urbano attraverso la tecnica dello zoning e un insieme di norme igienico-edilizie.

Nella città ideale di Richardson, così come nella France-Ville di Verne, le preoccupazioni principali erano eliminare la causa delle frequenti epidemie del XIX secolo e intervenire sulla deplorevole situazione abitativa della classe operaia. L’idea che la città dovesse essere modificata usando i principi dell’igiene pubblica, messi a punto dai medici e applicati dagli ingegneri – che non a caso a partire dagli ultimi due decenni dell’Ottocento prenderanno a definirsi igienisti – divenne il cardine degli interventi attuati sulle città europee per governare le trasformazioni indotte dalla rivoluzione industriale. E ciò non accadde tanto per ragioni, filantropiche, come anche Engels sottolineava, ma per scongiurare il rischio della pandemia, il quale è recentemente riapparso nelle Megacity dell’Africa occidentale con il propagarsi di Ebola nei loro sterminati slum.

Insomma prima ancora dell’aristocratico-geografo-anarchico russo Kropotkin o del biologo-botanico-urbanista scozzese Geddes –  che pure hanno avuto un importante ruolo almeno nel ragionare sulle mutate condizioni del rapporto tra città e campagna avviate dai processi di industrializzazione –  l’urbanistica è stata una sorta di estensione dell’igiene pubblica, materia di competenza dei medici sulla quale, poi, si sono innestati gli ingegneri progettisti di quelle infrastrutture urbane necessarie alle trasformazioni del vecchio corpo malato della città. Non a caso i piani urbanistici sono stati per lungo tempo di sventramento o di risanamento, perché le malattie da curare erano l’eccessiva densità urbana, sia in campo edilizio che demografico, terreno fertile di tutte quelle patologie che si propagano tramite il contatto e che si avvantaggiano della mancanza di acqua corrente e di fognature.

Perchè La Cecla ometta di menzionare questa origine della disciplina oggetto del suo libro può forse essere spiegato dall’affermazione che si trova a pagina 38, a proposito delle conseguenze che il razionalismo architettonico della Carta di Atene ebbero sulla visione della città – «le forme dell’urbanistica corrispondono a quelle dell’architettura» –  ed è forte il dubbio che egli abbia voluto scrive una sorta di sequel di Contro l’architettura. D’altra parte lo spettro della archistar , in particolare incarnata dalla figura di Rem Koolhaas con la sua discutibile narrazione della Città Generica, precorre tutto il libro e viene da pensare che La Cecla avesse, per così dire, da finire il lavoro. Ma basta tutto ciò per giustificare il suo nuovo atto di accusa? E soprattutto, è proprio vero che l’urbanistica non serve a «garantire, in primo luogo una vita decorsa e dignitosa per tutti» ciò che esattamente determinò l’apparire delle iniziali visioni utopistiche e la successiva loro traduzione in misure concrete? La risposta che da La Cecla è netta e liquidatoria ma decisamente sbagliata: basta recarsi in una qualsiasi grande città del sud del mondo e constatare, al di là degli aspetti pittoreschi, quanto ci sia bisogno di norme che regolino l’uso del suolo urbano a favore dei bisogni di chi lo abita.

Bisogna però ammettere che se La Cecla ha sentito l’impulso di dedicarsi a questa nuova impresa editoriale è perchè la stessa disciplina gli ha fornito più di una ragione per farlo. Ancorchè inutile – se egli si fosse premurato di leggere davvero Jane Jacobs e non limitato a citarla a seguito della lettura di Marshall Berman forse non avrebbe fatto la fatica di intraprenderla -  essa è certo non priva di ragioni. Jacobs lo aveva sottolineato già più di mezzo secolo a partire dalla sua strenua opposizione all’opera dell’erede del Barone Haussmann , quel Robert Moses che amava riferirsi al prefetto della Senna per aver trasformato la New York novecentesca così come il primo aveva fatto con la Parigi di metà Ottocento. Con il suo disprezzo per la gente in quanto animatrice dello spazio urbano,  Moses ha rappresentato in modo significativo l’incapacità dell’urbanistica moderna di comprendere la vita delle città. Purtroppo non mancano le occasioni di constatare quanto sia viva ed operante questa eredità negli sviluppi della disciplina e tuttavia la critica di La Cecla sembra essersi dimenticata che l’urbanistica è nata facendo i conti con la frase di Marx che Berman usa come titolo della sua esperienza della modernità: tutto ciò che è solido svanisce nell’aria. Una dimenticanza che segna il libro già dalla prima pagina, consegnandone la lettura al puro desiderio di capire dove l’autore voglia andare a parare. Da nessuna parte, si deve putroppo concludere.

 

 

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